06 - Telematica e democrazia diretta

 

 

Telematica e democrazia diretta[1]

(Rodolfo Pagano)

La parola “democrazia” non sembra comprensibile se non è accompagnata almeno da un aggettivo qualificativo nel quale si riassume un determinato significato storico o si riflette una determinata ideologia.

Democrazia diretta, democrazia indiretta, democrazia occidentale, democrazia orientale, democrazia popolare, democrazia progressiva, democrazia pluralista, democrazia liberale, democrazia di base, democrazia moderna, democrazia antica sono alcune espressioni correnti.[2]

Ai fini limitati del nostro assunto ci interessano particolarmente le espressioni “democrazia diretta” e “democrazia indiretta o rappresentativa”.

La prima nel significato di esercizio diretto del potere decisionale, fondato cioè sulla personale partecipazione dei cittadini al governo della res pubblica. La seconda come un sistema di controllo e di limitazione del potere dei governanti fondato sui meccanismi elettorali.

Il mio intento è di verificare l’asserzione da più parti espressa che le nuove tecnologie (la telematica) consentono finalmente di attuare la democrazia diretta: E’ implicito nell’avverbio “finalmente” una valutazione negativa della democrazia rappresentativa.

Sono ricorrenti le critiche ai regimi di democrazia rappresentativa. Sul piano del pensiero politico da Rousseau a Pareto, da Marx a Lenin la critica fondamentale è che il principio di rappresentanza attua una confisca della democrazia a favore di una minoranza o di una classe. Sul piano giuridico le critiche non sono meno aspre: la rappresentanza è una finzione, l’eletto non rappresenta gli elettori e l’assemblea degli eletti non rappresenta la nazione. La dicotomia tra paese legale e paese reale, spesso evocata nella pubblicistica politica, sarebbe uno degli effetti perversi di questa pseudorappresentanza.

E’ interessante notare che tali critiche non sempre sfociano in una richiesta di democrazia diretta ma tendono a delegittimare la detenzione del potere attuata con il sistema di democrazia parlamentare a favore di altri “modi” di rappresentanza.

Tutti i regimi politici contemporanei pretendono di fondarsi sulla sovranità popolare, ma “Ce qui varie, ce sont les  procédures, juridiques ou politiques, par lesquelles cette autorité légitime est transmise du peuple à des etres réels. Selon l’idéologie des régimes fascistes, la volonté authentique du peuple ne s’exprime que par l’intermédiare d’un homme, le Fuhrer, ou d’un parti. Selon l’idéologie des régimes communistes l’authorité légitime exprime la volonté du prolétariat, et celle-ci a pour organe le Parti communiste. Quant aux régimes occidentaux, ils prétendent que, le peuple étant souverain, les citoyens doivent choisir librement entre les candidats à l’exercice du pouvoir »[3]

Nuove critiche al sistema rappresentativo vengono anche da altre sponde. Esse traggono alimento dallo sviluppo delle tecnologie informatiche. L’uso dei mezzi informatici – si è affermato –  possono rimettere in causa la delega dei poteri e la nozione stessa di rappresentanza. L’utilità degli intermediari politici era evidente in una società in cui le comunicazioni erano lente o limitate ed il potere centrale lontano. Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e dei sistemi di elaborazione dell’informazione hanno modificato i termini del problema togliendo alle istanze rappresentative una parte della loro utilità e quindi della loro legittimità.

Ciononostante il principio della rappresentanza costituisce ancora oggi il denominatore comune  delle democrazie contemporanee. Vero è che, a parte le motivazioni tecniche addotte in suo favore, su cui mi soffermerò più oltre, il principio della rappresentanza per varie cause si è venuto – per cosi si può dire – “democratizzando” nel corso della sua attuazione storica sia con l’allargamento progressivo del suffragio sia venendo a coabitare con alcuni istituti di democrazia diretta concepiti con un ruolo di integrazione o di supplenza ovvero come correttivi delle distorsioni del sistema rappresentativo.

In quasi  tutte le critiche al sistema rappresentativo è implicito un concetto di fondo: la “vera” democrazia è la democrazia diretta.

Rousseau aveva posto la questione in questi termini. “Come è possibile essere soggetto ad un ordinamento e al tempo stesso rimanere libero?” E’ questo la domanda fondamentale cui il Contratto sociale da la risposta[4]. Posto che ogni uomo è nato libero, nessun pretesto è valido per assoggettarlo senza il suo libero consenso.[5] Il Patto sociale che vincola tutti gli associati non può essere basato che sul consenso degli stessi. “Il popolo, sottoposto alle leggi, ne deve essere l’autore; appartiene solamente a coloro che si associano regolare le condizioni dell’associazione”[6]

Un tale Patto “établit entre les citoyens une telle égalité qu’ils s’engagent tous sous les mêmes conditions et doivent jouir tous des mêmes droits…Tant que les sujets ne sont soumis qu’à de telles conventions, ils n’obéissent à personne, mais seulement à leur propre volonté (liv. I, chap. IV).

L’unanimità del consenso assicura la perfetta corrispondenza tra le singole volontà (la volonté de tous) e l’ordinamento ( la volonté générale) di modo che “ les engagements qui nous lient au corps social ne sont pas obligatoires que parce qu’ils sont mutuels; et leur nature est telle qu’en les remplissant on ne peut travailler pour autrui sans travailler aussi pour soi » (liv. I, chap. IV).

IL (supposto) patto originario (le contrat primitif) non conosce oppositori semplicemente perché, non aderendo, essi ne restano al di fuori (Ces sont des étrangers parmi les citoyens)

Ma un ordinamento la cui validità sia basata sul consenso permanente di tutti i suoi membri è un ordinamento puramente ideale e “ en effet, chaque individu peut, comme homme, avoir une volonté particulière contraire ou dissemblabe à la volontà générale qu’il a comme citoyen” (liv.I, chap.VI)

Vale come chiosa l’osservazione di Kelsen “ è completamente superfluo un ordinamento normativo che regoli il comportamento reciproco degli individui, se è escluso a priori ogni conflitto tra l’ordinamento ed i suoi soggetti”[7]

Il passaggio dallo stato di natura alla vita associata comporta quindi un limite alla libertà assoluta dell’individuo (la liberté naturelle), ma è compensato dall’acquisto della libertà civile[8]

Il problema allora è come garantire il maggior grado di libertà individuale in una società costituita, ossia in un ordinamento.giuridico.

La sovranità, espressione della volontà generale, appartiene al popolo come complesso corporativo. L’unico governo libero è una democrazia in cui tutti i cittadini possano effettivamente prendere parte alle decisioni pubbliche (formazione della volontà generale). Ciò esclude ogni forma di rappresentanza. Nel momento in cui il popolo si dà dei rappresentanti esso non è più libero.”Le peuple anglais pense d’être libre, il se trompe fort; il ne l’est que durant l’élection des membres du Parlement: sitôt qu’ils sont élus, il est enclave, il n’est rien » (liv.III, chap. XV).

Esclusa la possibilità di un consenso unanime, la regola per la formazione della volontà generale sarà il principio di maggioranza (la voix du plus grand nombre), regola che discende dal patto sociale e che suppone, almeno una volta l’unanimità.

La democrazia  ideale esigerebbe che non soltanto la funzione legislativa ma anche quella esecutiva e quella giurisdizionale fossero esercitate direttamente dai cittadini. Questa però non è la conclusione di Rousseau per il quale ‘il n’est pas bon que celui qui fait les lois les exécute ni que le corps du peuple dètourne son attention des vues générales pour le donner aux objets particuliers’. La democrazia integrale nel senso sopra detto tuttavia costituisce un obiettivo al quale le varie ramificazioni  del radicalismo  democratico non hanno  mai rinunciato ad ispirarsi, esercitando  per un verso una positiva funzione critica dei sistemi politici reali ma svolgendo per altro verso azioni di logoramento della democrazia parlamentare con una contestazione permanente priva di una alternativa praticabile.

Per limitarci ai tempi attuali, da qualche decennio la rappresentanza politica è oggetto  di contestazione, che in alcuni casi ha assunto anche forma violenta. La contestazione  ha investito non soltanto il Parlamento, ma anche i partiti di massa e gli stessi sindacati nella loro pretesa di interpretare e rappresentare la totalità delle aspirazioni della società. Sorgono nuovi movimenti, i movimenti extraparlamentari, come sono stati genericamente definiti, che si presentano sotto molti nomi ed agiscono per fini ed in forme diverse.

Sebbene la linea di demarcazione sia oggettivamente confusa, occorre distinguere tra movimenti eversivi di minoranze organizzate in strutture rigide il cui fine è la conquista del potere in modi e con mezzi  violenti, al di fuori di ogni regola democratica cui sono intrinsecamente ostili, e movimenti che rivendicano, in forme talora inconsuete, una diretta partecipazione alle decisioni politiche,  richiamandosi in opposizione al sistema rappresentativo, al principio della democrazia diretta o partecipativa Si tratta in questi casi di movimenti con fini limitati (ecologia, obiezione di coscienza, armi nucleari, ecc.) e che non riconoscendosi nelle ideologie o nei programmi dei partiti tradizionali si fanno portavoce di valori o di aspirazioni particolari, ma diffuse nella società,  che tagliano trasversalmente l’elettorato dei partiti tradizionali.

In molti casi questi movimenti, anche quando si caricano di finalità più generali, non hanno una precisa forma organizzativa. Le assemblee ‘spontanee’ di fabbrica, i collettivi degli studenti, i ‘girotondi’ sono strutture che si formano in modo spontaneo  ed il cui il processo decisionale non è formalizzato ma viene lasciato al caso. Un elemento comune a tali movimenti è la contestazione di alcuni valori tradizionali della società e delle istituzioni. Le marce, i seat-in, le raccolte di firme, i digiuni, le autoriduzioni, la non cooperazione sono alcune delle forme tipiche di azione. Anche il linguaggio che viene adoperato presenta caratteristiche peculiari, con la creazione di nuovi vocaboli e di slogans ‘coloriti’ o con l’attribuzione di significati inconsueti a vocaboli ordinari.

Tali movimenti sono sovente terreno di scontri ideologici in cui vengono rimessi in discussione la legittimità dei poteri costituiti, ma talora sono anche crogiuoli in cui ribollono le dottrine e i propositi più radicali che vanno dalla disobbedienza civile fino alla pratica e alla giustificazione dell’assassinio politico.

Il principio di rappresentanza ed il principio maggioritario costituiscono un bersaglio preferito. Al principio di rappresentanza viene opposto il concetto di democrazia di base, intesa  vuoi come compartecipazione alle decisioni vuoi più radicalmente come rivendicazioni del primato della base. In questa ultima prospettiva si collocano, ad esempio, ‘i consigli di fabbrica’ formati dai delegati di singole unità operative  di una fabbrica (insieme di lavoratori omogenei per la identità delle funzioni) vincolati ciascuno da un mandato  imperativo della ‘base’ e revocabile dalla base stessa.

La richiesta di partecipazione non si limita alla fabbrica, alla scuola, al posto di lavoro. Essa investe anche gli organi di governo locali e centrali.

E’ nota la stagione del ’68. Alcuni dei movimenti allora sorti sono poi ‘refluiti’ ma alcune delle istanze partecipative da essi avanzate o sono state recepite dalla rappresentanza politica, (ad esempio nella legislazione, che potremmo definire di tipo partecipativo , come la istituzione di consigli di classe e di istituto nella legislazione scolastica), o per essere riassorbite, come nel caso delle assemblee di fabbrica, dai sindacati che le  integrano nel processo delle lotte contrattuali per cui le assemblee sono chiamate a pronunciarsi sulla ‘piattaforma rivendicativa’ e successivamente a ratificare i negoziati.

Proprio negli anni in cui divampava la grande contestazione con le sue istanze partecipative, entrava di scena nella storia sociale un nuovo protagonista, il computer, divenuto ormai tecnicamente adulto.

Dapprima guardato da sinistra con sospetto (strumento del capitale, creatore di disoccupazione, attentatore alle libertà  personali, distruttore di specializzazioni professionali) esso a poco a poco è stato caricato di significati positivi.

Non  vi era consapevolezza delle trasformazioni che questo strumento  era destinato ad apportare in ogni campo dell’attività umana, dal modo di vivere quotidiano  al modo di produrre  beni materiali  e servizi. Ma osservatori acuti avevano sin dall’inizio anticipato  queste conseguenze  ed avevano individuato nel computer  la fine della società industriale e delle relative ideologie  e l’avvento di una nuova società, la cosiddetta società post-industriale o dell’informazione.

Mentre la rivoluzione industriale era stata  caratterizzata dallo sviluppo  di macchine di ogni genere  dirette  ad ampliare le capacità fisiche  dell’uomo, a sostituire la sua forza muscolare, la rivoluzione odierna è caratterizzata  dallo sviluppo delle macchine (computer) volte ad ampliare le capacità intellettive dell’uomo, la sua capacità di memoria  e di elaborazione fino a funzioni elevate  (intelligenza artificiale). Se prima si parlava di meccanizzazione oggi si parla di automazione e di informatica.

Sociologi e politologi si sono poste domande sulle caratteristiche della società dell’informazione e, per quanto attiene al tema in esame, se e come viene trasformato il sistema di formazione delle decisioni politiche; se viene ridotta o ampliata, con l’uso delle nuove tecnologie, la sfera dei soggetti partecipanti alle decisioni.

La risposta a queste domande non è univoca. Un primo tipo di risposta è che la tecnologia informatica è neutrale. Dipende dal contesto sociale in cui è utilizzata  se essa accrescerà il processo di accentramento del potere ovvero favorirà i processi di partecipazione democratica. Un corollario di questa tesi  è che non si può far carico ad una tecnologia delle capacità di  trasformazione di un sistema politico. Altre risposte accentuano  gli aspetti negativi: la tecnologia informatica fornisce al potere nuovi e potenti strumenti  di controllo sulle singole persone e sulla società. E’ la tesi della paura del computer, particolarmente avvertita negli anni ’70 e che come contromisura ha generato in  molti  Stati occidentali la legislazione sulla tutela dei dati personali (privacy)

Vi è infine la risposta degli ottimisti in cui confluiscono correnti di diversa provenienza, dai ‘new utopians’ ai tecnocrati ‘démocratisant’. Per costoro la telematica si sposa alla democrazia. Il giapponese Yoneji Masuda, uno dei pionieri della informatizzazione del Giappone, nel suo volume  The Information Society as  Post-Industrial  Society (1980) dedicava un capitolo al problema del sistema politico nella società dell’informazione e giungeva alla conclusione che essa potrà assumere la connotazione di una partecipatory  democracy. Egli elencava almeno quattro ragioni per cui  ‘the political sytem  in the information  society  will have to be changed from parliamentary democracy  to participatory democracy’.  La quarta ragione è quella che ci interessa più da vicino. Dopo aver ricordato l’argomento che da sempre  viene opposto alla introduzione della democrazia diretta (la democrazia diretta può essere attuata soltanto in comunità ristrette, non può esserlo negli Stati moderni con la compresenza di milioni di persone) egli osservava che le difficoltà  tecnologiche finora opposte sono superabili a seguito dello sviluppo della tecnologia telematica. I costi ed i tempi richiesti per una consultazione popolare non costituiranno più un problema: tutti i cittadini attraverso apparecchiature elettroniche saranno in condizione di partecipare direttamente non una tantum ma ripetutamente alle decisioni politiche.

La democrazia partecipativa come elemento caratterizzante la società dell’informazione era stata già evidenziata dal famoso, per la risonanza che ebbe, Rapport Nora-Minc (1978) e da tutta una letteratura di futuroghi. Ricordo il volume Megatrends (1984) del ‘social forecaster’ John Naisbitt, che dedicava sull’argomento un apposito capitolo (From Representative Democracy to Partecipatory Democracy).

In linea di principio si può concordare con questo tipo di affermazioni per quanto venate di computopia (computer-based utopia) : Ma se le esaminiamo più da vicino ci accorgiamo dei loro limiti e dei loro condizionamenti. In effetti ci si è fermati sugli aspetti positivi della questione, senza rilevarne quelli negativi. Giova qui ricordare un’osservazione di G. Sartori: “Noi torniamo a parlare oggi di democrazia  diretta; ma evidentemente parliamo di qualcosa  di cui non solo  non abbiamo alcuna esperienza, ma sulla quale  non ci soffermiamo nemmeno a riflettere. Chi invoca una umanità tutta dedita ad amministrare  il proprio destino  non sembra rendersi conto  del fatto che  la partecipazione  se vuole essere efficace  e non polvere negli occhi – richiede quello sviluppo ipertrofico delle mansioni  politiche a scapito di tutte le altre che faceva dire ad Aristotele che l’uomo che deve  lavorare  per vivere  non può essere cittadino...” In altri termini, il sistema rappresentativo risponde ad un principio di divisione del lavoro.

Queste pertinenti osservazioni, tuttavia, non colpiscono l’asserzione relativa alla realizzabilità tecnica della democrazia diretta  mediante le nuove tecnologie.

Tuttavia questa realizzabilità, per difetto di analisi, è stata sopravvalutata. Ci si è limitati alla presentazione di possibili scenari senza entrare nel meccanismo del loro funzionamento e quindi degli effetti che ne derivano. Consideriamo lo scenario del processo di formazione delle leggi. Nell’agorà telematica, nella quale sono annullati i vincoli  posti dalla distanza e dal numero  dei partecipanti, la volontà popolare potrà  manifestarsi, ma soltanto in forma elementare, con la espressione cioè di  un si o di un no riguardo al testo di un progetto  di legge, Non ci sarà  la possibilità di presentare emendamenti. Tutti sappiamo  che cosa succede in un Parlamento, ad esempio in quello italiano, dove siedono seicentotrenta  deputati e trecentoventi senatori. In caso di ostruzionismo si presentano anche due o tremila emendamenti su di un singolo progetto di legge.  Immaginiamo che cosa succederebbe se milioni di cittadini presentassero emendamenti e dovessero votare su di essi. L’attività economica, scientifica, amministrativa, ecc. del paese dovrebbe arrestarsi per giorni e giorni, nonostante la rapidità del mezzo elettronico il cui vantaggio peraltro verrebbe ampiamente  annullato dai tempi lunghissimi  richiesti dalla osservanza delle procedure e dalla soluzione delle inevitabili  questioni incidentali. In altri termini non è possibile concepire la formazione delle leggi in una democrazia diretta prendendo  a modello le procedure di una assemblea parlamentare.

D’altra parte se si nega il diritto di emendamento, il vero legislatore  non è più il popolo ma chi propone il testo del progetto di legge, sia pur esso una porzione del popolo stesso.

Esclusa la possibilità di formare le leggi con la partecipazione diretta ed esclusiva di tutti i cittadini mediante il ricorso allo strumento telematico, il problema si sposta sul punto se e in quale misura questo strumento può essere invece utilizzato per  la partecipazione concorrente dei cittadini alla funzione legislativa, combinando cioè, in una certa misura, il principio della rappresentanza con quello della democrazia diretta. Sono noti gli istituti attraverso i quali si attua questo intervento: l’iniziativa legislativa e il referendum legislativo.

L’iniziativa legislativa popolare: l’ iniziativa può essere più o meno incisiva nel procedimento di formazione della legge. Nel sistema costituzionale italiano la sua incidenza è assai blanda nel senso che il Parlamento è libero  di approvarla o meno. Negli Stati Uniti, le costituzioni di alcuni States prevedono una iniziativa diretta tale cioè che avendo i requisiti richiesti è sottoposta direttamente al voto degli elettori; ed una iniziativa indiretta quando essa è sottoposta all’esame dell’assemblea legislativa, ma se questa non delibera nei termini prescritti, il testo viene sottoposto all’approvazione degli elettori.

In questi casi, e particolarmente nel primo, viene messa in atto una vera e propria procedura di democrazia diretta e la telematica può accentuare l’uso di questa procedura. Rimane il problema della emendabilità del testo di cui si è fatto cenno, a meno che non si tratti di proposte semplici, quasi quesiti più che proposte articolate. Ma fondamentalmente è l’informazione appropriata  del pubblico sulla questioni su cui si vota e sulle conseguenze del voto.

Il referendum: l’istituto del referendum quanto più è esaltato sul piano dei principi altrettanto è mortificato nella sua attuazione pratica. Esiste una letteratura sul tema della incompatibilità dell’istituto del referendum  con il regime parlamentare. Ma essa è viziata in partenza, diretta come è a sostenere l’assoluta preminenza del Parlamento.Nel momento in cui si  reagisce a questa tendenza si sviluppano considerazioni in direzione della limitazione dei poteri parlamentari  incentrate sul principio della sovranità popolare.

Tuttavia le obiezioni al referendum sul piano della sua attuazione pratica sono molteplici ed in gran parte persuasive. Di qui la tendenza a contenere  l’istituto in limiti ristretti. Queste obiezioni non sembra che siano state valutate  dai sostenitori della participatory democracy i quali non sono andati molto oltre la enunciazione delle possibilità tecniche offerte dalla telematica.

Si usa distinguere il referendum legislativo e non. Quando è inserito nel procedimento di formazione della legge, il referendum è di norma previsto al temine del procedimento stesso, ossia verte sull’approvazione o il rigetto di un testo già deliberato dalla assemblea legislativa. Ma può essere anche preventivo alla deliberazione parlamentare.

L’intervento popolare assume funzione sostitutiva dell’organo parlamentare nel caso di referendum propositivo o abrogativo di una legge o norma di legge ( in Italia soltanto abrogativo). Poiché in entrambi i casi il voto consiste nella espressione di un sì o di un no è evidente che lo strumento telematico ne può consentire una più intensa utilizzazione.

Anche qui il problema, più che nel facile utilizzo di una sorta di meccanismo di votazione  elettronica a dimensione nazionale anziché a dimensione di assemblea parlamentare, sta nel garantire, in relazione all’uso delle nuove tecnologie, sia l’accesso alle informazioni  e ai mezzi di diffusione  delle stesse, sia la rispondenza della formulazione del quesito a criteri che rendono inequivocabile il responso popolare.

Riguardo al primo aspetto, forse è inconsueto comprendere tra gli istituti di democrazia diretta la “generalizzazione delle Public of Hearings e l’instaurazione della trasparenza amministrativa” (di cui al Public of Hearings Act 1966 e al Federal Advisory Act, 1972 statunitensi), ma l’affermazione coglie  perfettamente il nesso tra democrazia ed informazione. Senza la circolarità dell’informazione l’uso dello strumento telematico  porta ad un rischio che alcuni analisti sociali hanno  già messo in evidenza: il processo di verticalizzazione dei rapporti politici e l’isolamento dell’individuo. Ciò agevola  la manipolazione del consenso.

Riguardo al secondo aspetto, giova ricordare che in Italia la Corte costituzionale, in relazione al sindacato  che le compete sulla ammissibilità dei referendum abrogativi, ha elaborato alcune caratteristiche che i quesiti devono possedere (la cui mancanza preclude la ammissibilità)  come la semplicità, la chiarezza, l’inconfondibilità, la non contraddittorietà  e ha motivato tali assunti  facendo richiamo alla necessità che i quesiti posti agli elettori siano tali da esaltare e non da coartare la loro possibilità di scelta, poiché  altrimenti si inciderebbe di fatto sulla libertà del voto stesso. “Nelle consultazioni popolari e perciò anche in quelle referendarie, in cui non è concepibile una risposta articolata, la nettezza delle scelta postula la nettezza del quesito, la sua semplicità, cioè essenzialità, la sua chiarezza, cioè la sua inconfondibilità”. (Sentenza 1981 n. 27)

Analoghe considerazioni valgono per il caso  dei referendum a carattere consultivo, non formalizzati in un procedimento legislativo: questi possono avere tematiche  e ambito nazionale o locale. Referendum consultivi a carattere nazionale non sono conosciuti dalla legislazione italiana la quale invece ammette la possibilità di referendum siffatti a livello locale, su iniziativa degli organi elettivi regionale o comunale.

I sondaggi: le nuove tecnologie offrono diverse possibilità di consultare in modo immediato il pubblico per conoscerne la opinione su una determinata questione, le reazioni in ordine ad un dato evento, la preferenza verso un  prodotto o un servizio pubblico o privato (c.d. indice di gradimento). Il dibattere televisivamente un problema e chiedere subito il voto del pubblico è, ad esempio, una delle vie comunemente praticate.

Sondaggi di opinione sono sempre esistiti, ma le nuove tecnologie fanno assumere ad essi aspetti qualitativamente diversi da quelli tradizionali per l’ampiezza dei possibili partecipanti, per (l’apparente) anonimato, per l’immediatezza delle risposte, per la possibilità di una loro frequente ripetibilità.

Inoltre, l’uso dell’elaboratore ha enormemente affinato la tecnica delle proiezioni (exit polls)per cui è tecnicamente possibile anticipare i risultati di una consultazione elettorale prima ancora della chiusura dei seggi.

Proprio in relazione a tali caratteristiche (partecipazione di massa e ripetibilità) siffatti sondaggi pongono problemi  di non facile soluzione in ordine alle garanzie del loro svolgimento (chi formula i quesiti, in quali termini, in quale momento, con quali informazione) e in ordine agli effetti dei  loro esiti. A questo riguardo se è pur vero che i referendum sono espressione di volontà dell’organo sovrano ( cui sono connessi determinati effetti) mentre i sondaggi rappresentano  soltanto una mera  espressione di opinione, l’eventuale scarto  tra i risultati dei sondaggi e le delibere dei corpi rappresentativi non può essere ignorato o sottovalutato

La telematica applicata alle operazioni elettorali: indipendentemente dalla opposizione democratica diretta o democrazia rappresentativa, la telematica è una tecnologia che ben si adatta a facilitare le operazioni materiali di espressione del voto popolare.

In alcuni States del Nordamerica i seggi elettorali sono già attrezzati a “cabina elettronica”.E’ recentissima la espressione del voto per via elettronica nelle elezioni politiche brasiliane.  In Italia se ne propone la introduzione ed limitate applicazioni a carattere sperimentale sono state effettuate. Il sistema  di votazione elettronico consentirebbe di raggiungere i seguenti risultati:

- la riduzione dei termini di svolgimento delle operazioni elettorali o della consultazione - popolare con disponibilità dei risultati, sia pure non ufficiali, dell’intero paese, regione o comune, subito dopo la chiusura delle operazioni di voto;

- la riduzione, nel tempo, dei costi delle operazioni di consultazione popolare;

- la riduzione della possibilità di errore e di brogli – nelle forme oggi conosciute – durante le operazioni di scrutinio  - E’ noto che le fasi più delicate delle operazioni  elettorali  sono quelle successive alla apertura delle urne e delle schede: scrutinio, redazione del verbale, trasmissione del materiale all’ufficio elettorale circoscrizionale. In particolare, in sede di computo  delle preferenze nella sezione elettorale possono verificarsi – e si  verifica come frequenti episodi hanno ampiamente  evidenziato – delle manipolazioni. La lettura ed il computo automatici, eliminando l’intervento umano impedirebbero le manipolazioni  della scheda elettorale. Non bene conosciuti sono i possibili brogli per via elettronica.

 

     


[1] Testo pubblicato nella rivista Informatica e diritto n.3, 1984

[2] Cfr G. Sartori, Democrazia e definizioni. Bologna, il Mulino, 1976 (IV ed.)

[3] R.da Aron, Démocratie et totalitarisme. Paris, Gallimard, 1965, pag. 56.

[4] J.j: Rousseau, Du Contrat social, Liv. I, chap. VI

[5] Id. Liv. IV, chap. II

[6] Id. Liv. II, chapVI

[7] H. Kelsen, Teoria generale del diritto e dello stato. (trad.).Milano, 1954, pag. 291

[8]