09 - Lectio dic 2008, qualità legislazione

Rodolfo Pagano

 Applicazione ed efficacia delle regole per una migliore qualità della legislazione: quali risultati?[1]

Ho  esaminato nelle precedenti lezioni il complesso di regole e di strutture finora messe in opera dai pubblici poteri a presidio della qualità della normazione. Sebbene il processo sia ancora in atto è lecito tuttavia porre qualche domanda sui risultati finora conseguiti.

La prima domanda è: a fronte di tanto dispendio  di tempo e di risorse umane e materiali quali sono i benefici  finora tratti? La seconda è più preoccupante. Si può veramente sperare nel miglioramento della qualità della legislazione? Confesso che più di un dubbio mi assale a riguardo, poiché dalla statuizione di regole o direttive di tecnica legislativa finora non sembra che siano derivati miglioramenti consistenti della qualità delle leggi.

Certamente risultati positivi si sono ottenuti in termini di legistica formale. Ad esempio,  nelle leggi non appaiono più titoli muti[2], gli articoli sono rubricati, i commi sono sempre numerati; è osservata la  gerarchia delle partizioni superiori all'articolo; le formule di citazione sono omogenee. Ma  non tutto in questo settore va bene, anzi la situazione è peggiorata per quanto riguarda la struttura interna degli articoli. Siamo ben lontani dalla regola di non più di tre commi per articolo adottata da Huber nel codice civile svizzero. Dal record della legge finanziaria del 1996 n. 662, composta di soli tre articoli comprendenti rispettivamente 267, 224, 217 commi, in un crescendo impressionante si è giunti con la legge finanziaria 2005 (legge 30 dic. 2004 n. 311) ad un articolo unico composto di ben 572 commi, e con la finanziaria 2006 (legge 23 dic. 2005 n. 266) a 612 commi. Ma il culmine per ora è stato raggiunto con la legge finanziaria per il 2007, il cui articolo unico comprende ben 1365 commi. In questo mare magnum in cui c è di tutto  si perde la bussola per ricercare quello che interessa (i commi non hanno rubrica). Per rimediare a questo inconveniente, grave per l’utente, manifestatosi già a partire dalla ricordata legge n. 662 del 1996, con una norma di legge (art. 17, comma 29, legge 15 maggio 1997 n. 127) veniva stabilito che in questi casi si deve procedere alla ripubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del testo premettendo ad esso un indice per materia dei commi, indice che in buona parte non è altro che la riproduzione delle rubriche originarie degli articoli declassati a commi da un  maxi-emendamento.

Questi eccessi sono dovuti in particolare ad una prassi costituzionalmente non ortodossa di ammissibilità del cosiddetto maxi-emendamento governativo accompagnato dalla posizione della questione di fiducia. [3] Molto duro è a riguardo il giudizio del prof. G.U. Rescigno il quale parla di “indecorosa e spudorata frode alla Costituzione, avallata dalla compiacenza dei presidenti delle due Camere”. Sulla linea della incostituzionalità è larga parte della dottrina ed il Consiglio di Stato nel parere della Sezione consultiva per gli atti normativi del 21 maggio 2007, senza riferirsi esplicitamente ai maxi-emendamenti, rileva “E’ allora evidente che la prassi di leggi con uno o pochi articoli, ciascuno comprensivo di centinaia di commi, costituisce elusione del precetto costituzionale.”

Ciononostante continua una prassi formatasi su di un precedente, che non doveva costituire precedente, creato nel corso dell’esame della legge elettorale del 1953 (c.d. “legge truffa”),[4] e alla quale prassi ancora di recente, nella seduta del 27 novembre 2007, si è richiamato il presidente della Camera “Non vi è dubbio che alla luce della prassi consolidata, il Governo possa per prerogativa costituzionale porre in ogni fase del procedimento legislativo la questione di fiducia, individuandone l’oggetto. Né è contestabile la prassi, anche qui consolidata, di accorpare in un unico emendamento più articoli di un progetto di legge a scopo fiduciario. Da questo punto di vista l’iniziativa del Governo è dunque legittima e conforme a numerosi precedenti verificatisi nel corso delle legislature. In tal senso si è pronunciata in passato la Presidenza della Camera e, rispetto a quelle pronunce, non vi è nulla da aggiungere o rettificare.” Eppure, subito dopo il presidente sente il bisogno di dichiarare:”Devo tuttavia segnalare che la procedura cui ho fatto riferimento, e che il Governo ha inteso percorrere nell’iter del disegno di legge collegato, ripropone una evidente, preoccupante, difficoltà nel rapporto tra il parlamento e l’esecutivo, inducendo una riflessione sul nostro sistema istituzionale, così come negli anni si è andato evolvendo nella prassi.[5]” Dopo questa dichiarazione diventava difficile la proponibilità e l’ammissibilità di un unico emendamento sostitutivo dell’intero testo del disegno di legge finanziaria per il 2008. Al posto di un mega emendamento questa volta gli articoli del disegno di legge finanziaria sono stati accorpati dal Governo in tre maxi emendamenti costituenti tre articoli su ognuno dei quali è stata posta e poi votata la fiducia (17/12/2007). Ridicola soluzione.[6]

Ancora insoddisfacente è anche il rispetto delle raccomandazioni volte ad evitare modifiche non testuali (tacite) ed abrogazioni implicite. Tuttavia è dato registrare qualche progressoa. Nella XIII legislatura (1999-2001) in cui sono state promulgate 906 leggi, 164 leggi contengono disposizioni di abrogazione espressa e 27 ancora la clausola della c.d. abrogazione innominata[7]; dei 378 decreti legislativi, 199 contengono disposizioni di abrogazione espressa e 55 la formula della abrogazione innominata. Nella XIV legislatura (2001-2006) le leggi promulgate sono state 687 di cui quelle recanti abrogazione espressa di singole disposizioni sono state 142 e quelle con  la formula dell’abrogazione innominata 9, mentre nei decreti legislativi (288) le disposizioni abrogative espresse sono state 149 e quelle innominate 20[8]

Tutto ciò è un risultato apprezzabile ma chiaramente insufficiente sulla via di un sostanziale miglioramento della qualità della regolamentazione che nel suo percorso incontra molteplici ostacoli, taluni insormontabili. Sono ostacoli di natura ordinamentale, di opportunità politica e, non ultimi, di mentalità. Ne elenco alcuni:

a) il mancato riassetto delle norme sulla produzione normativa, più volte tentato ma mai portato a termine. Tra l’altro si è preteso di regolare la materia con norme di legge ordinaria, anzi addirittura - fortunatamente senza prosieguo - con decreti legislativi (v. art.2 legge 29 luglio 2003 n. 229). Già la legge  400/1988 crea delle situazioni di cui appresso farò cenno. A ciò si aggiunga un legiferare in materia di normazione (norme sulla produzione delle norme) a dire poco alquanto confusionario. Mi riferisco in particolare alle leggi annuali di semplificazione ove si è assistito ad un  continuo fare e disfare di principi e di regole  sulle regole. Penso alla travagliata vicenda delle regole sulla formazione dei testi unici.[9] Penso anche al ricorso intenso all’istituto della delegificazione che retto da disposizioni di legge ordinaria (legge n. 400/1988) non impedisce, come accaduto, la rilegificazione anche parziale, tacita o espressa,  di norme o frammenti di norme, determinando una commistione nello stesso atto normativo di enunciati o addirittura di frammenti di enunciati di diverso valore normativo per cui, tra l’altro le norme delegificate, in quanto di rango regolamentare, sono e rimangono sottratte sia al referendum abrogativo sia al sindacato costituzionale mentre quelle rilegificate tornano ad essere sottoponibili[10]

b) la concorrenza di più normatori sulla stessa materia.

La normazione multilivello (norme comunitarie, nazionali regionali) sulla stessa materia è già di per se stessa causa di possibili incertezze;  se poi non è  non chiara  la delimitazione delle rispettive sfere di competenza diventa frequente il contenzioso di legittimità costituzionale. La  nostra Corte costituzionale è ingolfata  da ricorsi in materia di ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni ex art.117 della Costituzione.

c) l’urgenza della redazione di un  progetto di legge o l’urgenza della sua approvazione parlamentare[11] ;

d) l’inadeguatezza numerica o la insufficiente formazione al drafting legislativo del personale addetto alla progettazione;

e) l’interferenza di motivazioni politiche contingenti. A riguardo cito soltanto un caso da manuale e per così dire da reo confesso, quello della approvazione della legge di modifica degli articoli 11, 12 e 52 del testo unico 1933 n. 1611, sull’ordinamento dell’Avvocatura dello Stato. Nella seduta del 14 marzo 1958 della Commissione giustizia della Camera dei deputati l’allora Sottosegretario Scalfaro sollecitando “per ragioni politiche” l’approvazione della legge, ammetteva che essa conteneva delle “norme assurde”; ed il relatore Tesauro dichiarava che la nuova legge è “un atto che certamente non ci onora”. Ho citato questo caso non perché sia l’unico ma per indicare che la prassi corrente ha origini antiche.

f) le norme dei regolamenti parlamentari relative alla ammissibilità e ai tempi di presentazione degli emendamenti. Alla Camera la questione della ammissibilità degli emendamenti è regolata, in via generale, dall’art. 89 del Regolamento che recita: ” Il Presidente ha la facoltà di negare l’accettazione …di emendamenti o articoli aggiuntivi che siano formulati con frasi sconvenienti o siano relativi ad argomenti affatto estranei all’oggetto in discussione….” Ma per quanto concerne gli emendamenti ai decreti-legge in sede di conversione in legge si applica il più restrittivo articolo 96 bis, comma 7, il quale recita: ” Il Presidente dichiara inammissibili gli emendamenti e gli articoli aggiuntivi che non siano strettamente attinenti alla materia del decreto-legge….”. Al Senato, invece, la regola generale, per cui sono “improponibili” emendamenti  “che siano estranei all’oggetto delladiscussione” (art.97 Reg.), vale anche per gli emendamenti ai decreti-legge.

Alla luce delle suddette disposizioni non si può non rilevare, sotto il profilo della qualità del sistema legislativo, la responsabilità dei Presidenti della Camera e del Senato per una certa “permissività” ad emendamenti che consentono l’inclusione nei testi legislativi delle c.d. “norme intruse” che sono contrarie al principio della omogeneità del testo in quanto norme del tutto estranee alla materia oggetto di uno specifico provvedimento e rendono inoltre difficoltosa la loro reperibilità. Si tratta di una prassi giuridicamente legittima ma tecnicamente scorretta di legiferare, come ha rilevato la Corte costituzionale con le sentenze 108/1987 e 422/1994 . Il fenomeno è tutt’altro che raro. Tra i molti esempi ne riporto un paio : il decreto-legge 22 agosto 1995 n. 348, recante interventi a favore del settore portuale e marittimo, all’articolo 5  dispone in tema di «Assistenza alle popolazioni del Ruanda» ; nel decreto-legge 13 luglio 1992 n. 335 concernente l’aumento dell’organico del personale della polizia penitenziaria e il trattamento dei detenuti ammalati di Aids, un articolo riapre i termini per la iscrizione nei registri dei revisori contabili;

g) l’interferenza della posizione della questione di fiducia nel procedimento legislativo, che blocca qualsiasi emendamento, anche formale, al testo.

h) il ricorso a formule di compromesso ( per il gioco dei rapporti tra maggioranza e minoranza parlamentare o dei rapporti interni ai Governi di coalizione), che finiscono per rendere ambigui o incoerenti gli enunciati normativi;

i) la limitata efficacia della attività del Comitato per la legislazione.

Limitata per la ristretta sfera di competenza del Comitato  (il parere è obbligatorio soltanto sui progetti di legge di conversione dei decreti-legge e sui progetti di legge contenenti norme di delega o di autorizzazione alla delegificazione). Limitata anche la portata degli effetti dei pareri perché risulta elevato il tasso di disattenzione dei pareri del Comitato sui progetti di legge trasmessi in via obbligatoria, mentre quasi nulle sono lerichieste di attivazione del Comitato da parte delle Commissioni di merito per il parere sui progetti di legge ordinaria.

Dall’analisi dell’attività svolta nella XIV  legislatura il tasso di recepimento delle condizioni è attestato intorno al 32,5% e quello delle osservazioni e raccomandazioni intorno al 18%;Occorre, tuttavia, tener presente che sul  limitato tasso  di recepimento  dei pareri incidono negativamente i progetti di legge di conversione dei decreti-legge che iniziano il loro iter al Senato. Poiché la conversione deve avvenire entro 60 giorni dalla emanazione del decreto-legge pena la decadenza, quando i testi approvati dal Senato  giungono alla Camera i tempi del loro esame sono  spesso talmente ristretti che non consentono di effettuare  modifiche, anche quelle suggerite dal Comitato per la legislazione, perché un ritorno al Senato avverrebbe a tempo scaduto.

j) la scarsa applicazione dell’AIR e della VIR

Riferisce la relazione governativa per l’anno 2006[12] che gli schemi di atti normativi trasmessi dalle Amministrazioni per l’esame da parte del Consiglio dei ministri corredati della relazione AIR rappresentano circa il 50% del totale degli schemi di atti normativi predisposti ed esaminati. In particolare, le tipologie di atto per le quali le Amministrazioni più frequentemente provvedono a redigere la relazione AIR sono i disegni di legge (soprattutto di ratifica di trattati e convenzioni internazionali), i decreti legislativi e gli atti regolamentari. Ed è la stessa relazione governativa a rilevare la qualità insufficiente delle relazioni AIR, che concentrano l’analisi sulla definizione dell’ambito di intervento, delle destinatari, degli obiettivi, dei risultati attesi piuttosto chesulla componente più propriamente valutativa relativa cioè all’impatto che la regolazione produce nei confronti della pubblica amministrazione delle imprese e dei cittadini, che dovrebbe costituire l’essenza propria dell’AIR. D’altra parte  non si può non evidenziare che l’applicazione dell’AIR incontra difficoltà:

- o per la tipologia dell’atto normativo (ad esempio i decreti-legge la cui specifica caratteristica di necessità ed urgenza mal si concilia con i tempi di effettuazione dell’AIR);

- o per indisponibilità o difficoltà di reperimento di dati,  statistici in particolare;

- e per la limitata presenza di competenze professionali specifiche all’interno delle amministrazioni.

Inoltre l’analisi  preventiva dei costi/benefici, molto rilevante ai fini della valutazione degli impatti economici, richiede tempi e competenze specialistiche non sempre disponibili all’interno delle amministrazioni e comportanti, talora, costi rilevanti. E’ infine da tenere presente che certi tipi  di  costi/benefici come quelli di beni immateriali  sono di difficile quantificazione

k) da ultimo, ma soltanto per ragioni espositive, il basso livello di cogenza della fonte delleregole di legistica. In Italia, a livello statale,  le regole di legistica hanno come fonte, salvo qualche sporadica norma legislativa, la circolare o il decreto del presidente del Consiglio dei ministri.

Le circolari governative vincolano alla loro osservanza i funzionari statali, nel caso specifico gli uffici addetti alla progettazione legislativa. Certamente non vincolano l’organo legislativo. Anche le  circolari dei presidenti di Assemblea che contengono le stesse regole di legistica della circolare governativa più che vincolo costituiscono raccomandazioni o direttive. Si pone dunque il problema del livello della fonte più idonea ad assicurare il rispetto delle regole da parte del legislatore. A riguardo neppure la legge (ordinaria) sembra essere una fonte idonea, come l’esperienza ci insegna.

Esemplifico. In questi ultimi anni nelle leggi italiane si incontrano spesso formule di questo genere: “Le norme della presente legge non possono essere derogate, modificate o abrogate se non in modo espresso.” Norme di questo tipo possono imporsi ai proponenti dell’iniziativa legislativa, ma non al legislatore, in base al noto principio Parliament may not bind its successors. Tali enunciati possono essere considerati raccomandazioni che il legislatore rivolge a se stesso. Non garantiscono contro una deroga tacita al divieto di abrogazione o di modifica tacita. Emblematico è il caso di una legge ordinaria di indubbia rilevanza costituzionale, quale è la legge n. 400 del 23 agosto 1988, che disciplina nel capo III l’esercizio della potestà normativa, primaria e secondaria, dell’esecutivo, ossia le modalità di emanazione dei decreti legislativi, dei decreti-legge e dei regolamenti da parte del Governo.

Orbene, proprio la non corrispondenza tra forma (legge ordinaria) e contenuto materialmente costituzionale genera opinioni e prassi contrastanti circa il rispetto della sua applicazione[13] e fa sì che le prescrizioni di questa legge, in particolare gli articoli 14 (decreti legislativi), 15 (decreti legge) e 17, comma 2 (autorizzazione alla delegificazione) possano essere (e lo sono state  più di una volta) derogate da leggi successive, essendo sprovviste di forza costituzionale. Nascono situazioni paradossali. Cito a riguardo  due episodi.

Il primo riguarda un revirement di rotta in direzione del rispetto dell’articolo 15 della citata legge 400.Al comma 2 di questo articolo sono elencate le azioni che il Governo non può compiere con un decreto-legge, tra cui “non conferire deleghe legislative.”

Ora in sede di conversione in legge (A.C.-1222) del decreto–legge 12 maggio 2006 n. 173, il Governo  presentava al Senato un c.d. maxi-emendamento che sostituendo il testo dell’articolo unico del decreto-legge nonché quello dell’articolo unico del disegno di legge di conversione, introduceva tra l’altro norme di delega legislativa. Sul testo poneva poi la fiducia per la sua approvazione. Il provvedimento, approvato dal Senato nel testo dell’emendamento governativo e trasmesso alla Camera dei deputati, è stato oggetto di critica da parte del Comitato per la legislazione (parere del 29 giugno 2006) nonché dell’opposizione e motivo di imbarazzo nella maggioranza  per tre ordini di ragioni:

- l’introduzione di deleghe, contro il disposto del citato articolo 15, comma 2, della legge n.400 /1988, al quale la Camera nelle ultime legislature si è, salvo qualche smagliatura, costantemente attenuta[14];

- l’emendabilità dei decreti legge e dei disegni di leggi di conversione che come ricordato, è materia diversamente disciplinata dai regolamenti di Camera e Senato;

- la diversa condizione della maggioranza nei due rami del Parlamento (a seguito delle elezioni del 9-10 aprile 2006 ) per cui i provvedimenti che provengono dal Senato difficilmente sono modificati dalla Camera in quanto dovrebbero tornare al Senato dove lo scarto di seggi tra maggioranza ed opposizione è così ridotto da costringere il Governo (Prodi) al rischio di porre continuamente la questione di fiducia.

In definitiva per superare l’impasse e rispettare la regola dell’articolo 15, comma 2, della legge 400/1988, l’éscamotage è stato questo: la Camera non ha modificato il testo, nel quale pertanto sono rimaste le norme di delega, ma al tempo stesso il Governo ha accolto un ordine del giorno che lo impegna a non dare attuazione alle deleghe stesse.[15]

Nel caso successivo, essendo stato rilevato da un autorevole deputato della maggioranza una serie di insufficienze in un provvedimento anche esso proveniente dal Senato (legge di conversione del decreto-legge 4 luglio n. 233) l’Assemblea della Camera dei deputati non ha introdotto modifiche al testo per le stesse ragioni sopra indicate. Ecco come una legge  può nascere imperfetta.

Da quanto finora detto credo risulti evidente che non bastano buone regole a determinare la (buona) qualità delle leggi, poiché nel processo formativo della legge intervengono spesso fattori distorsivi di diversa origine e natura difficilmente sormontabili e talora non  eliminabili quali quelli riassumibili nel concetto della supremazia della politica  sulle regole; supremazia indefettibile ma che può  e deve essere, il più possibile, razionalizzata nelle sue manifestazioni perché non sia espressione di puro arbitrio.


[1]Lezione tenuta presso la Scuola di scienza e tecnica della legislazione dell’ISLE, dic.2008

[2]Titolo muto è quello senza indicazione dell’oggetto della legge, ad esempio: legge 15 maggio 1997 n. 127

[3]Secondo una prassi (contestata in riferimento all’art 72 della costituzione) con il termine maxi-emendamento si vuole intendere un emendamento (in forma di articolo unico) sostitutivo di tutto l’articolato di un progetto di legge anziché di un singolo articolo o di parti di esso. E’ un artificio con il quale ponendo la fiducia il Governo preclude la presentazione di subemendamenti al proprio testo e tende  ad evitare tante votazioni quanti sono gli articoli del testo del progetto di legge nel timore di  incappare in un voto contrario. In tema v. N. Lupo, Emendamenti, maxi-emendamenti e questione di fiducia, in AA.VV. (a cura di Gianfrancesco e Lupo),  Le regole del diritto parlamentare nella dialettica tra maggioranza e opposizione, in corso di stampa.

[4] Le questioni controverse vennero individuate dall’allora presidente della Camera Gronchi nelle seguenti: “1°) che lafiducia possa essere posta su un complesso di norme; 2°) che agli effetti delle votazioni ne derivi l’indivisibilità del testo oggetto della questione di fiducia; 3°) che non solo agli effetti della votazione, ma anche agli effetti stessi della discussione, ne derivi preclusione di svolgimento, e quindi di votazione, di emendamenti” (A.C., I legislatura, res. sten., 17 gennaio 1953, p. 45490 s.).

[5] Va rimarcato che di tale sensibilità non vi traccia al Senato ove il presidente (seduta del 6 dicembre 2007) in occasione della discussione del disegno di legge di conversione del decreto legge sulla sicurezza, si richiama  seccamente alla prassi.

[6]Con ciò non si disconoscono le difficoltà politiche e d istituzionali  che si frappongono ad una corretta soluzione della questione.

[7]Per abrogazione innominata si intende una formula di (presunta) abrogazione  del tipo “ Sono abrogate tutte le norme incompatibili con la presente legge”

[8] Fonte: Osservatorio sulla legislazione, Rapporto 2006, Camera dei deputati.

[9]In tema v. Mautino e Pagano, Testi unici. La teoria e la prassi. Milano,Giuffrè, 2000 (in particolare capitolo III)

[10]Partendo da queste considerazioni (e ben conscio che alcune  norme dovrebbero assumere rango costituzionale) ho a suo tempo incidentalmente  proposto (in Qualche osservazione sull’articolo 14 della legge 28 novembre 2005 n. 246 di semplificazione per il 2005, Rassegna parlamentare, 2006 n. 1) di accorpare e collocare (previa rivisitazione ) in un’unica legge generale sulla produzione normativa le norme che ora sono sparse qua e là in varie leggi (ad esempio, le norme sull’abrogazione e sull’interpretazione di cui nelle c.d. “preleggi”, le norme sui criteri di semplificazione  e di codificazione contenute nelle leggi di semplificazione, le norme sull’AIR  e la VIR, di cui all’articolo 14 della legge  246/2005, le norme di cui agli articoli  14 (decreti legislativi), 15 (decreti-legge), 17, comma 2 (autorizzazione alla delegificazione) della legge 23 agosto 1988 n. 400, ecc.) . Richiamandosi genericamente alla “dottrina” una proposta simile compare in termini più articolati  nel parere (punto 7.2.) del 21 maggio 2007 della Sezione normativa del Consiglio di Stato, emesso sullo schema del Piano di azione, ma disatteso nel testo definitivo del  Piano stesso.

[11] Dell‘influenza del fattore tempo sulla progettazione ci da una  testimonianza diretta l’allora capo dell’ufficio legislativo del ministero di grazia e giustizia Antonio Brancaccio : “ ..Un grave inconveniente che incide sulla qualità della produzione legislativa è dato, poi, dalle frequenti richieste  di preparazione di leggi in tempi brevissimi. Il primo esempio che mi viene alla memoria è molto significativo : per la preparazione del decreto legge sulle frodi valutarie fu assegnato al mio ufficio un termine che, mi pare, non superava le quarantotto ore. In questo termine brevissimo fu necessario acquisire dati normativi ed anche di fatto molto complessi, sicché la redazione del testo del provvedimento non poté non risentire della fretta con cui si era dovuto agire”in Studi parlamentari e di politica costituzionale,1977 n. 38, pag. 61. V. anche  la testimonianza del Renton Report (§8.3.)

Per una esemplificazione di urgenza dell’ approvazione di una legge si riporta un brano dell’intervento, risultato decisivo, del Ministro per la funzione pubblica nella seduta del 31 luglio 1990 della commissione affari costituzionali del Senato. “ ....dobbiamo anche considerare  la mole di lavoro della Camera dei deputati per cui il rinvio (alla Camera) del provvedimento significherebbe attendere per la sua approvazione la fine dell’anno. E’ una legge in discussione ormai da molto tempo ma che, sia pure con tutti i difetti, comporterà dei risultati positivi per il cittadino. Quindi è opportuno sacrificare l’esigenza di rifiniture tecniche ad alto livello (sic) a vantaggio del cittadino che finalmente con questa legge vedrà in parte agevolato il suo rapporto con le pubbliche amministrazioni.”

[12]Relazione sullo stato di attuazione dell’analisi d’impatto della regolazione(AIR), presentata al Parlamento il 13 luglio 2007 (Camera, doc. CLXXXIV n. 1)

[13] Nel suo messaggio di rinvio del 29 marzo 2002 il Presidente della Repubblica (Ciampi) rileva (a proposito dell’articolo 15) che la legge n. 400 “ pur essendo una legge ordinaria, ha valore ordinamentale in quanto è preposta all'ordinato impiego della decretazione d'urgenza e deve quindi essere, del pari, rigorosamente osservata”.

[14] Questa linea di condotta è stata recentemente riaffermata con forza dal Presidente della Camera che nella seduta del 24 gennaio 2007 ha espunto, perché inammissibili, dal testo presentato dalla I commissione permanente (A.C. 2114-A) , vari commi contenenti  deleghe o argomenti estranei all’oggetto del decreto-legge.

[15] Il decreto-legge è stato convertito con la legge12 luglio 2006 n. 228