Allocuzione a Pietro Ingrao, presidente uscente della Camera dei deputati , in occasione della consegna da parte dell’Associazione dei funzionari della Camera dei deputati di una rara copia del De Republica di Jean Bodin

Signor Presidente, sono stato designato a questo incarico di oratore unicamente perché il volume  che Le è stato appena consegnato dal nostro Segretario generale contiene un’opera cui mi legano ricordi personali di quando, essendo borsista dell’istituto storico italiano, Benedetto Croce mi procurò, su indicazione di  Federico Chabod, del quale ero allievo, un periodo di soggiorno in Francia  per studiare in particolare proprio l’autore di questa opera.

Jean Bodin, nato ad Angers nel 1529, da genitori della piccola borghesia artigiana, ricevette i primi rudimenti dell’istruzione nel convento dei Camerlitani di Angers e poi di Parigi . Non vi restò a lungo e venne prosciolto dai voti nel 1549.

Nel decennio successivo 1550-1560 lo troviamo a Tolosa ove frequenta quella Università

Nel 1561 viene eletto avvocato al Parlamento di Parigi. Questa data segna l’inizio della sua attività  di uomo politico e di scrittore

Divenne ben presto un personaggio di una certa importanza, ma mai con incarichi politici di primo piano.

Entra nella storia, se è lecito usare questa espressione, non come politico, ma come scrittore politico

 I suoi interessi culturali spaziano in più campi, dalla storia alla politica e all’economia, dalla filosofia alla magia

Nel 1566 scrive la sua prima opera importante “Methodus ad facilem historiarum cognitionem” che è un vasto trattato misto di precettistica per scrivere e comprendere la storia e di storia della storiografia ( ed in questo è un precursore). L’opera contiene anche ampie incursioni nel campo della scienza politica  che costituiscono anticipazioni della sua opera maggiore.

Due anni dopo (1568) pubblica uno scritto molto interessante, la “Réponse aux paradoxes de M.de Maletroits touchant l’encherissements de toutes choses, nel quale indaga sulle cause dell’inflazione in atto in Europa che egli acutamente riconduce all’abbondanza di oro e di argento americano messo in circolazione dagli spagnoli.

Nel 1576 pubblica l’0pera più famosa i Six livres de la République

Nel 1580 pubblica la Demonomanie des souciers, manuale per i giudici nei processi di stregoneria.

Nel 1593 termina il Colloquium Heptaplomeres che tratta della religione naturale e della tolleranza e che eserciterà una influenza decisiva sul nascente illuminismo.

Nel 1596, anno della sua morte, vede la luce l’opera Universae naturae theatrum.

Come si vede fu un uomo di molteplici interessi, di vasta erudizione non sempre selezionata ed oscillante tra il realismo politico ed il misticismo neoplatonico fino a scadere nella cabala.

Sul piano psicologico è un misto di razionalità e di credula ingenuità. Come scrittore è in tutte le sue opere ripetitivo e prolisso, non è insomma un classico come il suo contemporaneo Michel de Montaigne.

Bodin visse in un periodo molto travagliato della storia francese, periodo di guerre civili e di torbidi che culmineranno nella strage della notte di S. Bartolomeo(1572), ma anche ricco di tensioni ideali e di scontri ideologici in cui venivano rimessi in discussione la legittimità e l’origine dei poteri costituiti e come in un crogiuolo ribollivano le dottrine politiche più radicali, dalla disobbedienza civile al diritto di resistenza predicata nel Contr’un  fino alle teorie dei monarcomachi nelle quali si ritrova anche la giustificazione dell’assassinio politico (Vindiciae contra tyrannos).

Bodin apparteneva al partito dei cosiddetti politici, ossia di quella parte che dissanguata  dalle lotte intestine aspirava alla tolleranza in materia religiosa e alla rifondazione dello Stato su basi stabili, senza peraltro ripudiare completamente il passato.

A questa aspirazione Bodin apprestò i mezzi giuridici  con i suoi Six livres de la République

La prima notazione da fare su questo libro è che esso è originariamente scritto in francese e non in latino. Ciò sta ad indicare un impegno dell'autore su temi di attualità politica e non di sola dottrina e questo fatto gli attirò il giudizio sprezzante di un grande giurista dell' epoca come il  Cujas che lo definì "Causidicus quidam qui nuper de republica vernacula lingua scripsit". Ma proprio nell'uso della lingua parlata stava l'importanza dell'opera destinata a fare conoscere a un più vasto pubblico le riflessioni sullo Stato di un giurista con forte vocazione  storico-politica. Ricordo per inciso che in 24 anni, ossia fino all’anno 1600, si ebbero ben 15 edizioni del libro e nello stesso periodo l'opera fu tradotta in italiano, in spagnolo e in tedesco. Lo stesso Bodin curò la versione latina nel 1586, dieci anni dopo l'edizione francese; traduzione che si può considerare un omaggio dell'autore alla repubblica dei dotti, ma anche un segno del suo distacco dalla politica attiva.

L’edizione che Le è stata consegnata, signor Presidente, è in latino, col classico titolo De Republica ed è stata pubblicata a Francoforte nel 1641.

Fondando l'essenza dello Stato sul concetto di sovranità, Bodin lo ha liberato dalle pastoie del mondo feudale, ma ha anche apprestato le armi ideologiche per l'affermarsi della monarchia assoluta anche perché, come ha osservato qualche secolo più tardi un noto giurista tedesco, in Bodin non è netta la distinzione tra il problema della suprema potestà nello Stato e il problema della suprema potestà dello Stato.

La confusione dei due aspetti è una caratteristica del pensiero di quell'epoca cui riusciva difficile distinguere il concetto dello Stato dagli organi che lo rappresentano.

Non è qui il caso di insistere sulle applicazioni che Bodin fa del concetto di sovranità per la soluzione di specifici problemi; né di esaminare gli aspetti più contingenti della sua opera.

A Lei, Signor Presidente, che sappiamo da lungo tempo impegnato sui temi istituzionali dello Stato, riuscirà gradita la rilettura di questa opera non certo per trarne diretta ispirazione alle sue riflessioni, perchè troppo lontano è il periodo storico in cui è sorta, troppo diverse sono le condizioni politiche e sociali che vi si riflettono. Tuttavia, volendo riprendere un concetto, che è poi il succo della filosofia della storia di quell'epoca, posso concludere con un pensiero del Guicciardini, che "le cose passate fanno luce alle future perché il mondo fu sempre di una medesima sorte, e tutto quello, che è e sarà, è stato in altro tempo, e le cose medesime ritornano, ma sotto diversi nomi e colori; però ognuno non le riconosce, ma solo chi è savio e le osserva e considera diligentemente".

(Rodolfo Pagano)